Il percorso espositivo

Area archeologica della Villa di Orazio e Museo Oraziano

La Villa di Licenza corrisponde al fundus in Sabina donato ad Orazio da Ottaviano Augusto, tramite Mecenate, nel 32 a.C., al quale il poeta fa spesso riferimento nelle sue poesie.

È stata quasi integralmente riportata alla luce agli inizi del ‘900, dopo i limitati sondaggi del XVIII secolo, e ancora parzialmente indagata, sotto la direzione della Soprintendenza, nel 1997-2000 dall’Accademia Americana di Roma, che già vi aveva lavorato nel 1930-31, e dall’Università della California-Los Angeles.

Si presenta come una costruzione rettangolare piuttosto allungata (m 107 x 43), orientata quasi Nord-Sud, con i muri in opus reticulatum di calcare (nucleo in opera cementizia rivestito di elementi piramidali), occupata per circa tre quarti da un giardino porticato e per la parte restante, ad un’estremità, dal settore residenziale (v. pianta). Questo ha la forma di una tipica domus italica di età repubblicana ad un solo piano, costituita di un compatto gruppo di ambienti raccolti intorno a un piccolo atrio (1) in asse con uno spazioso cortile (4), separati da uno stretto e lungo corridoio. Gli ambienti ad Ovest (verso la montagna), uno dei quali conserva un pavimento musivo bianco-nero con motivo a rombi (ora reinterrato), sono difficilmente identificabili, ma potrebbero appartenere al quartiere di servizio e di soggiorno (5-6), in quelli ad Est invece sono riconoscibili cubicoli (2) e forse un triclinio (3a) e il tablino (3b). I cubicula o stanze da letto sono pavimentati con gradevoli mosaici a disegno geometrico bianco e nero di età post-oraziana (oggi solo parzialmente visibili): in uno il mosaico è suddiviso in una zona con cerchi allacciati (ove era posizionato il letto) e in una con stelle a otto punte, negli altri due si trovano un elaborato motivo a meandri e uno con reticolo di quadrati e rettangoli.

La particolarità della Villa, forse voluta dallo stesso Orazio e ispirata alla celebre villa dei Papiri ad Ercolano, ove egli era stato ospite, è l’ampio giardino, con contrafforti esterni nei lati verso valle (Ovest e Sud), che si estende, assecondando il dislivello del terreno, a livello inferiore, accessibile dalla domus tramite due scalette laterali e una centrale; in epoca oraziana doveva essere cinto da un semplice muro e solo successivamente venne circondato da un portico finestrato. Poiché racchiude una grande vasca rettangolare in cementizio (m 25 x 13 ca.) e cingeva un raffinato giardino, rappresentava l’ambito più esclusivo della dimora, utilizzato per passeggiate al fresco e per l’esercizio dell’otium litterarum. Non è escluso che la vasca, affiancata da quattro contrafforti che sono anche basamenti per statue, venisse usata come peschiera. I recenti scavi hanno dimostrato che piante e aiuole, scelte con cura e abilmente disposte (ars topiaria), formavano alla fine del I sec. d.C. un giardino dall’elaborato schema geometrico, simile a quelli riscontrabili, ad esempio, in importanti ville dell’agro pompeiano e del suburbio di Roma. All’intervento diretto di Orazio è probabilmente dovuto un primo balneum con piscina natatoria (7a-b) e vani riscaldati, anch’esso in opus reticulatum. Questo bagno venne incluso nel periodo flavio o flavio-adrianeo (I-II sec. d.C.), trasformandolo in calidarium, in un articolato complesso termale (8) con muri rivestiti di mattoni (opus latericium), sviluppato all’esterno del lato Ovest della costruzione originaria e, in parte, anche all’interno (vani 6a). In esso spiccano due vani all’estremità Nord con pavimenti musivi decorati da crocette (attualmente interrati), una vasca absidata e il frigidarium, che avevano mosaici e rivestimento marmoreo, e un singolare edificio ellittico (8a), diversamente orientato, dotato di quattro esedre semicircolari. Già interpretato come vivaio per allevamento di pesci (vivarium) o come ninfeo è, più probabilmente, un ambiente densamente riscaldato per la sauna (laconicum); sotto il frigidarium gli scavi hanno raggiunto un atrio con impluvio di età augustea, che è indice di una forma e di un’estensione della domus oraziana diversa dal settore residenziale oggi visibile.

Nello stesso periodo flavio-adrianeo il cortile 4 fu abbellito mediante l’inserimento di una fontana quadrata con quattro nicchie semicircolari, collegate da un canaletto, e con una veranda; fu rinnovato l’impluvium al centro dell’atrio; lungo il lato Est del quadriportico venne realizzata una fontana-ninfeo e dovette essere aggiunto il portichetto a pilastri dietro la piscina. Secondo una recente ipotesi nella seconda metà del I secolo la Villa, lasciata in eredità dal poeta ad Augusto e in seguito ampliata e abbellita, fu utilizzata da Nerone e Vespasiano come luogo di sosta durante il viaggio per recarsi, rispettivamente, alla villa di Subiaco e a quella presso Rieti; in questo contesto si spiegherebbe anche il restauro vespasianeo del tempio di Victoria (v. infra). Nella costruzione è individuabile anche una fase edilizia in opus listatum (ricorsi di blocchetti calcarei e travertinosi) e di abbandono di epoca tarda (III-V sec. d.C.), che comportò la suddivisione di alcuni vani per destinarli a diverso uso e l’occupazione di altri con povere tombe terragne. Nel IV secolo la Villa faceva parte probabilmente della possessio Duas Casas ubicata sub monte Lucreti, della quale permane traccia nel nome della chiesetta di S. Maria delle Case lungo la strada per Roccagiovine e che l’imperatore Costantino donò alla basilica romana dei SS. Marcellino e Pietro. Infine sulle terme si impiantò nell’Alto Medioevo (VI-IX secolo) un insediamento monastico che è all’origine del locale toponimo “Vigne di San Pietro”.

        Molti dubbi permangono ancora sulle fasi costruttive e sull’articolazione planimetrica e architettonica del complesso: gli ultimi scavi sembrerebbero suggerire che la villa appartenuta al poeta fosse alquanto più piccola e modesta di quella già ritenuta di epoca oraziana, la therma non è completamente scavata, è incerto quale fosse in origine l’entrata principale (ipotizzata nel lato Sud del giardino), è del tutto assente una pars rustica che è invece ipotizzabile se si pensa al fundus agricolo di cui parla Orazio.

Si è accennato alle citazioni che il poeta fa del suo amato podere, nominando in particolare i luoghi circostanti e informandoci sul costume agricolo-pastorale di quella parte della Sabina; ulteriori notizie e precisazioni si desumono dai suoi commentatori. Veniamo quindi a conoscere: il mons Lucretilis, alle cui pendici la Villa sorge, la località Ustica (da identificare probabilmente con Licenza), il rivus Digentia (attuale torrente Licenza), il Pagus Mandela (odierna Mandela, già Cantalupo Bardella), il vicus di Varia (oggi Vicovaro), il tempio in rovina della dea sabina Vacuna (la romana Victoria), che un’iscrizione murata nel vicino paese di Roccagiovine documenta essere stato restaurato da Vespasiano. Vici, pagi e santuari erano i pilastri dell’organizzazione territoriale cosiddetta paganico-vicana (con i villaggi facenti capo a circoscrizioni) che persistette nell’Italia centrale anche in piena età romana, quando si affermarono i centri urbani (municipia) e le villae di produzione. Ustica e Mandela, in posizione arroccata, ma situate lungo una strada diretta verso la Sabina interna (forse la via Sabinensis menzionata in un’epigrafe di età imperiale), gravitavano su Varia, collocata invece, in posizione più accessibile, lungo la via Valeria. Tale organizzazione territoriale traspare anche da un titolo funerario conservato a Roccagiovine, nel quale sono citati i Compitalia (feste organizzate presso i crocicchi) e forse si ricordavano anche i Vicinalia. Orazio presenta il suo Sabinum, allorché nomina più volte vigneti, campi arabili, prati, l’orto, un gregge e pascoli nei boschi. Il fundus, che talora egli – per modestia o vezzo letterario – sminuisce, ma per il quale si è ricostruita un’estensione di 40 ettari, era coltivato da otto schiavi sottomessi a un vilicus e abitato da cinque famiglie di coloni (ex proprietari del fondo stesso) abituali frequentatori di Varia. Due suoi vicini erano Cervius e Orbius, altri nomi, come quello di Manius Naevius, si ricavano dai marchi di fabbrica impressi sui laterizi prodotti in piccole officine all’interno dei fondi agricoli.

 

Naturale completamento dell’Area archeologica è il civico Museo Oraziano di Licenza. Il breve, ma interessante, percorso espositivo offre una significativa raccolta di reperti, incrementati con quelli rinvenuti negli ultimi scavi, e si sviluppa nei locali al piano terra, antico bottaio, del Palazzo Orsini-Borghese, restaurati in occasione del bimillenario (1993) della morte di Quinto Orazio Flacco (Venosa, 65 a.C. - Roma, 8 a.C.).

L’originaria musealizzazione, tuttavia, risale agli inizi del ‘900 e si deve ad Angiolo Pasqui. L’archeologo, allora direttore degli Scavi di Roma, del Lazio Antico e della Provincia dell’Aquila, condusse a più riprese, tra 1911 e 1915, indagini nella Villa e contestualmente si occupò della sistemazione dei reperti, anche se non riuscì a pubblicare i risultati degli scavi, resi noti solo nel 1926 da Giuseppe Lugli, professore di Topografia romana all’Università di Roma. Le ricerche del Pasqui misero fine a una lunga querelle sull’identificazione della Villa iniziata nel Rinascimento e dipanatasi soprattutto nel ‘700 e ‘800, ma che ebbe un punto fermo con il rinvenimento nel 1757 presso Mandela di un’iscrizione funeraria di epoca tarda. In essa è citata la massa Mandelana, che, denominandosi dal pagus Mandela, consentì di restringere l’area ove ricercare la Villa.

Il Museo, ospitato inizialmente nel “tinello grande”, constava di una ricca collezione di oggetti di vario genere, suddivisi per tipologia e “affastellati” lungo le pareti, rispecchiando pienamente il gusto espositivo dell’epoca post-unitaria.

Il recente riallestimento ha ampliato il percorso ideato dal Pasqui, destinandogli altre tre sale contigue al tinello e mira a fornire al visitatore un’esaustiva informazione sulla Villa dal punto di vista storico, archeologico, architettonico e della cultura materiale.

Numerosi i reperti esposti: i frammenti di stucchi e pitture risalgono alla fase iniziale augustea, testimoniando che le decorazioni originarie di volte e pareti furono conservate anche durante i periodi successivi; le sculture (statue, bassorilievi), alcune pertinenti a un ciclo che abbelliva l’edificio termale restituite dagli ultimi scavi, risalgono, invece, anche al II-III secolo e denotano un rinnovamento dell’arredo di ambienti e giardino. Le diverse fasi edilizie sono comprovate da laterizi con “bolli” di fabbrica e da fistulae aquariae inscritte. Di notevole interesse sono anche gli strumenti di uso quotidiano (vasellame, utensili, oggetti personali, monete) che attraversano l’intero arco di vita della residenza protrattosi fino al tardo Impero. La collezione di preziose gemme, invece, databili fra il I sec. a.C. e il II-III d.C., è conservata al Museo Nazionale Romano. 

 

Bibliografia essenziale

G. Lugli, La villa sabina di Orazio, in “Monumenti antichi dell’Accademia Nazionale dei Lincei” 31, 1926, cc. 457-598

T.D. Price, A Restoration of “Horace’s Sabine Villa”, in “Memoirs of the American Academy in Rome” 10, 1932, pp. 135-142

S. Quilici Gigli, La villa in Sabina, la dimora a Tivoli, in Enciclopedia Oraziana, Firenze 1992, pp. 37-42

Aa.Vv., In Sabinis. Architettura e arredi della villa di Orazio (Catalogo della mostra), Roma 1993

Aa.Vv., Atti del convegno di Licenza 19-23 aprile 1993. Bimillenario della morte di Q. Orazio Flacco, Atti dei convegni II, Venosa 1994

B. Frischer, Fu la Villa Ercolanese dei Papiri un modello per la Villa Sabina di Orazio?, in “Cronache ercolanesi” 25, 1995, pp. 211-229

E.A. Schmidt, Sabinum. Horaz und sein Landgut im Licenzatal, Heidelberg 1997

B. Frischer, Notes on the first excavation of Horace’s Villa near Licenza (Roma) by the Baron de Saint’Odile, in ROMA, MAGISTRA MUNDI. Itineraria culturae medievalis. Mélanges offerts au Père L.E. Boyle à l’occasion de son 75e anniversaire, a cura di J. Hamesse, Louvain La-Neuve 1998, pp. 265-289

The Horace’s Villa project, 1997-2003, voll. I-II, a cura di B. Frischer, J. Crawford, M. De Simone, Oxford 2006

M.G. Fiore, La Villa di Orazio a Licenza, in “Forma Urbis” 12, 2013, pp. 4-11

Z. Mari, La ‘Valle degli Imperatori’. Insediamenti e uso del territorio nella Valle dell’Aniene in età antica, in Dall’Italia. Omaggio a Barbro Santillo Frizell, a cura di A. Capoferro, L. D’Amelio, S. Renzetti, Firenze 2013, pp. 151-184

Per un inquadramento della villa nel contesto della Valle dell’Aniene si consulti quest’ultimo contributo nel PDF allegato